Catechesi Parte 1 - Amici di Lourdes

Amici di Lourdes
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La spiritualità San Riccardo Pampuri
 
I parte
 
 
 
Premessa
 
 
Ricorrendo quest’anno il Giubileo di San Riccardo Pampuri (in occasione dei 30 anni dalla sua canonizzazione – 1° novembre 1898, e in previsione dei 90 anni dalla sua morte – 1° maggio 1930), le nostre catechesi avranno come tema la sua spiritualità, che possiamo cogliere dalla sua stessa vita, dal suo modo di professare concretamente la fede e da come realizzava la sua vera e propria missione di medico e poi di religioso dei Fatebenefratelli.
 
 
Prima di iniziare questo percorso, è necessaria una breve premessa su cosa si intende per spiritualità, per meglio comprendere come essa possa orientare anche la nostra vita, come avvenne nell’esistenza di san Riccardo, e come la stessa possa dare vigore, perseveranza, consistenza ai comportamenti, agli atteggiamenti e alle virtù che devono caratterizzare la nostra vita di persone credenti.
 
 
La spiritualità è la capacità di una persona di comprendere se stessa, ossia la capacità di trovare le risposte alle domande: chi sono? da dove provengo? dove vado? quali legami, principi, virtù e valori mi danno la possibilità di raggiungere il senso della mia vita? quali progetti, quali scelte devo attuare per realizzare pienamente la mia esistenza, per essere veramente felice? Una persona priva di vita spirituale è facilmente guidata dagli istinti, dalle emozioni, dalle manipolazioni della società, convinta che per essere felici bastano i soldi, il potere e la bellezza. Infatti molti individui belli, famosi, ricchi e spesso anche giovani, si suicidano, mentre numerosi vecchi, malati, poveri gioiscono della vita e sanno essere di sostegno per il prossimo.
 
 
Una persona spiritualmente matura, in grado di riflettere e di amare, comprende che non può essere frutto della sola materia, della casualità, ma che è creata da Qualcuno capace di pensare ed amare ancora di più di essa. Una persona così, percepisce ciò che in lei ha più valore, ciò che nel suo prossimo ha più valore, ma è nascosto agli occhi del mondo. Sa che la cosa più difficile da superare per l’umanità è la solitudine, il trovarsi senza forti legami basati su un impegno reciproco e costante. Comprende che non si può essere felici seguendo e appagando solamente una parte della propria persona, ma che la vera serenità proviene dall’integrazione di tutte le dimensioni della persona: fisica, psichica, sociale, spirituale.  
 
 
Cercheremo, quindi, di comprendere come san Riccardo ha vissuto la sua spiritualità, come con essa ha guidato e orientato le sue scelte e la sua missione, aiutandolo a diventare Santo, ma soprattutto pienamente uomo, persona matura e presente a se stessa che ha pienamente realizzato la sua vocazione. E sapendo che la spiritualità si comprende dalla vita concreta, dagli eventi che la hanno caratterizzata, il nostro primo incontro è una presentazione della sua biografia, della sua esistenza, anche attraverso la testimonianza di chi lo ha conosciuto, ne è stato compagno e amico e ha beneficiato della sua attività di medico e poi di religioso.
 
 
 
 
 
Vita di san Riccardo Pampuri
 
 
Il nostro Santo nacque a Trivolzio, paese in provincia di Pavia, il 2 agosto 1897, decimo di undici figli, da Innocenzo Pampuri e Angela Campari, e fu battezzato il giorno seguente con il nome di Erminio Filippo. Rimase orfano della mamma (morta per tubercolosi) a circa tre anni e così venne accolto ed educato in casa degli zii materni a Torrino, frazione di Battuda ma dipendente dalla parrocchia di Trivolzio. In questa famiglia già respira il clima di una intensa e sincera vita cristiana, caratterizzata da una profonda fede e una generosa carità, vissuta in modo particolare dallo zio medico, Carlo Campari, nubile, che mai gli farà mancare il suo aiuto e che condizionerà anche la sua scelta di divenire medico (anche se già a 15 anni, come testimonia la sorella suor Longina, Erminio desiderava diventare religioso, ma fu anche da lei sconsigliato a causa della sua poca salute[1]). Con lo zio abitavano anche la sorella Maria, anch’ella non sposata, il loro padre (e nonno di Erminio) Giovanni, e la domestica Carolina, anche loro di una sincera e fattiva vita di fede, a ricordarci che la famiglia rimane realtà fondamentale per apprendere a conoscere e a vivere una vera e coerente vita cristiana.
 
 
Nel 1907, quando Erminio Filippo aveva 10 anno, morì a Milano anche il padre, in un incidente stradale. Mentre era a Torrino, il ragazzo frequentò le scuole elementari in due paesi vicini, Trovo e Casorate; il suo maestro di IV e V elementare, Luigi Balbi, testimonia che le sue virtù furono: «una bontà congenita, un’obbedienza pronta ed ilare, una tenacia volenterosa nello studio, una mitezza di carattere singolare ed una condotta irreprensibile sotto ogni aspetto. Era parco nelle parole, ma per tutti aveva un largo e luminoso sorriso, segno di un animo tranquillo e ripieno di Dio»[2]. Per la prima ginnasiale si trasferì a Milano, in casa del fratello Ferdinando; ma poi, per evitare i “rischi” della città, lo zio Carlo lo inserì come convittore al Collegio “Sant’Agostino di Pavia”, per frequentare i rimanenti anni del liceo presso l’istituto “Ugo Foscolo” della stessa città e, conseguita la maturità, si iscrisse alla facoltà di medicina nella locale Università. Oltre all’impegno scolastico, era pure socio del circolo universitario “Severino Boezio” e partecipava all’attività delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli (non solo momenti formativi, ma erano soprattutto attività di carattere caritativo a favore delle persone povere e bisognose).
 
 
Anche durante gli studi universitari si distingue per il suo temperamento e comportamento, come attesterà un suo compagno di corso, il dottor Emilio Risso: «Di carattere dolce, ma sempre cordialmente rettilineo, fu severo ma sereno studente tra di noi, che pur non partecipando alle nostre inevitabili gazzarre goliardiche, sapeva stare allo scherzo concesso nei limiti dell’onesto e del gioviale, con spirito e comprensione, sapeva ritirarsi intelligentemente e con umiltà e tranquillità nei momenti cruciali, e sapeva essere fedele amico nei casi contrari e dolorosi. Con grande semplicità sapeva anche incutere, specie in ciò che riguardava gli studi, una superiorità mai millantata, mai imposta, ma sempre meritata»[3].
 
 
Dovette, però, interrompere gli studi universitari in seguito all’inizio della Prima Guerra Mondiale, a causa della quale fu arruolato e inviato in zona di combattimento prestando servizio sanitario, prima da sergente, poi da ufficiale aspirante medico, un servizio che durò dal 1915 al 1920. In questo frangente, precisamente il 24 ottobre 1917, si ricorda l’episodio che gli varrà una medaglia di bronzo al valore militare e la promozione a sergente (ma anche una perniciosa pleurite che lo accompagnerà per tutta la sua breve esistenza). Il fatto avvenne durante la ritirata di Caporetto: gli ufficiali medici della sua compagnia avevano abbandonato tutto il materiale sanitario ed erano fuggiti con i soldati. Erminio, non volendo che medicinali tanto preziosi andassero perduti, li caricò su un carretto trainato da una mucca e, completamente solo, sfidando il nemico sotto una pioggia battente, camminò per 24 ore verso la sua compagnia, che raggiunse quando ormai era dato per disperso (il percorso fu di circa 40 kilometri, nella provincia di Udine: da Villa Vicentina a Latisana).
 
 
Terminata la guerra, il sergente Pampuri rimase nell’esercito fino al 1920, alternando periodi di licenza a Torrino, servizio in diversi ospedali militari e proseguendo i suoi studi universitari. In questo periodo, realizza, in parte, il suo desiderio di consacrarsi al Signore e lo annuncia alla sorella suora con queste parole: «Ora sono divenuto un po’ tuo fratello anche nell’ordine spirituale, poiché, quantunque indegno, nella speranza di diventare un po’ migliore mi sono messo io pure sotto la protezione del Serafico padre S. Francesco, iscrivendomi nel terz’ordine» (5 agosto 1921); infatti, il 10 marzo 1921, pochi mesi prima della laurea, diventa Terziario Francescano con il nome di Antonio, ricevendone i segni, abito e cordone, nel convento di Canepanova a Pavia.
 
 
Il 6 luglio 1921 si laurea in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti e può così iniziare il suo servizio di medico. Dopo un tirocinio presso lo zio medico e una breve supplenza nella Condotta medica di Vernate, fu nominato medico condotto di Morimondo (Milano). Nel 1922, consapevole della sua responsabilità di medico condotto e per meglio svolgere il suo servizio, compì lodevolmente un corso di perfezionamento nell’istituto Ostetrico-Ginecologico di Milano, e nel 1923 il corso per l’abilitazione ad ufficiale sanitario nella Università pavese.
 
 
A Morimondo, piccolo paese rurale della bassa milanese e famoso per la sua abbazia, poté esprimere pienamente le sue diverse doti di medico e di cristiano, divenendo un valido e prezioso collaboratore del parroco, fondando con lo stesso il Circolo della Gioventù di Azione Cattolica, di cui fu il primo presidente, e del corpo musicale: l’uno e l’altro intitolati al papa Pio X. Fu pure segretario della commissione missionaria della parrocchia e attivo promotore della raccolta fondi per le missioni. Organizzava turni di esercizi spirituali presso la “Villa del Sacro Cuore” dei Padri Gesuiti in Triuggio, per i giovani del Circolo e per i lavoratori della campagna ed operai, sostenendone generalmente anche le spese, e vi invitava pure colleghi ed amici.
 
 
A Morimondo vi rimase 6 anni (dal 1921 al 1927) e nell’esercizio della professione, oltre ad essere molto studioso e competente, era ammirevolmente sollecito, generoso e caritatevole. Visitava gli infermi senza mai risparmiarsi né di giorno né di notte in qualunque parte della Condotta medica, allora assai impervia, raggiungendo le diverse e sparse cascine in bicicletta o con il calesse, donatogli dallo zio Carlo. Essendo i malati in gran parte poveri, dava loro medicine, danaro, alimenti, indumenti, coperte, ed estendeva la sua carità anche ai lavoratori e ai bisognosi sia di Morimondo e delle cascine vicine, che di altri paesi e località. Sono davvero molte e concordi le testimonianze della sua umanità, carità, disponibilità, generosità, per cui è comprensibile il dolore che causò in tutti la notizia che lasciava la condotta medica per farsi religioso; forte e vivo fu in tutti il rimpianto per aver perso colui che era definito il “dottorino santo”, tanto che ne scrisse anche la stampa.
 
 
Nel 1927, accompagnato dal suo direttore spirituale, don Riccardo Beretta, Erminio incontrò a Milano il padre Provinciale dei Fatebenefratelli, Fra Zaccaria Castelletti; ad esso venne presentato il giovane dottore, con il suo ardente desiderio di consacrarsi al Signore, senza nascondere la sua precaria e gracile salute fisica (per la quale venne rifiutato dai Padri Gesuiti e dai Francescani). Profetiche e memorabili furono le parole del Padre Provinciale: «Dovesse il giovane Pampuri rimanere anche un giorno solo membro effettivo del nostro Ordine, sia egli il benvenuto. Egli, dopo di esserci stato in terra di edificazione, ci sarà in Cielo nostro angelo di protezione»[4].  
 
 
Fu così che, il 6 giugno dello stesso anno, il dottor Pampuri scrive al Padre Provinciale: «Seguendo il di Lei consiglio e confidando completamente nell’aiuto della Divina Provvidenza mi rivolgo a Lei umilissimamente onde essere ammesso a far parte dell’Ordine di San Giovanni di Dio. Umilissimo in C.J., Dr. Pampuri Erminio». Pochi giorni dopo, il 22 giungo, è accolto dai Religiosi presso l’ospedale “San Giuseppe” a Milano e poi inviato a Brescia, presso l’ospedale “Sant’Orsola” per il Noviziato, che inizia il 21 ottobre. Alla sorella suora scrive: «Il 21 u.s. ho fatto la vestizione canonica e cominciato l’anno di noviziato col nuovo nome di fra Riccardo. Come vedi abito nuovo, nome nuovo per indicare il dovere di una vita nuova. (…) Tutto sommato, non posso che ringraziare di tutto cuore la bontà del Signore e la misericordia sua usatami nel chiamarmi a questo stato, per ben perseverare nel quale mi metterò completamente nelle mani di Gesù e della sua SS. Madre, i quali so essere sempre tanto sollecitati in mio favore dalle preghiere di tante care e buone persone» (26.10.1927).
 
 
Il 24 ottobre 1928, giorno della festa di san Raffaele Arcangelo, emette la professione dei Voti di povertà, castità, obbedienza e ospitalità, presso la chiesa dell’ospedale “Sant’Orsola” ed esprime la sua gioia, sempre alla sorella suora, con queste parole: «Eccoci infine più fraternamente uniti nell’amore e nel servizio di Dio, nel comune vincolo dei sacri voti; possiamo così veramente gustare, anche a distanza di tante e tante miglia, quanto sia dolce e soave l’abitare insieme in quel Cuore Divino nel Quale solo le anime nostre possono trovare, con la mirabile Comunione dei Santi, la loro perfetta pace e piena felicità (…) Non so come degnamente ringraziare il Signore per tanta immeritata grazia, e solo cercherò di farlo col mantenermi a Lui fedele nel compiere sempre meglio che mi sarà possibile con prontezza ed amore la sua SS. Volontà» (28.10.1928).
 
 
Come religioso continuò e sviluppò le sua già consolidate virtù di amore e di generosità che già esercitava nella professione medica, divenendo tra i confratelli, gli ammalati, i colleghi medici e gli altri operatori esempio di disponibilità, di un servizio umile e disinteressato (passava dallo spazzare i corridoi o a pulire le stanze di degenza, ad indossare il camice di medico per una visita o un consulto richiesto, a quello di insegnante nel corso per gli infermieri, ad estraniarsi per una preghiera intensa e prolungata in chiesa o nella propria stanza). Basti la testimonianza di un religioso che afferma: «La sua fu carità congiunta con una grande umiltà; non curante della sua dignità che a Lui aspettava perché medico, si adattò ai servizi più umili della Casa: scopare, e rifare i letti e pulizia e sempre lo fece con quel sorriso buono e gentile che accompagna la vera carità; tanto che fu sempre ricercato come il dottorino prediletto non solo per la sua tecnica capacità ma anche perché da Lui emanavo quella bontà che vince gli animi e li fa giocondi e lieti»[5].
 
 
In questo periodo fu anche nominato direttore del Gabinetto dentistico annesso all’Ospedale dei Fatebenefratelli di Brescia, frequentato prevalentemente da poveri e da operai; fra Riccardo si prodigò instancabilmente a loro sollievo con meravigliosa carità, attirandosi la stima e la venerazione di tutta la popolazione. Non dimenticò i suoi cari e i suoi molti amici, con i quali intrattenne una fitta corrispondenza, potendo anche alcune volte recarsi di persona a Torrino in casa degli zii, soprattutto in quei periodi nei quali l’acutizzarsi della malattia consigliava di respirare una salutare “aria di casa”. Questo avvenne anche agli inizi dell’anno 1930; purtroppo, però, in quel frangente la malattia non dava tregua: più volte rimandò il suo ritorno a Brescia, nel suo convento; solamente in gennaio vi tornò, ma trascorse molto tempo a letto per la forte febbre, pur non rinunciando, quando era chiamato e richiesto, a garantire la sua presenza in reparto accanto ai malati che lo tenevano in grande stima e considerazione, oltre che da tutti ritenuto in concetto di santità.
 
 
In seguito alla recrudescenza della pleurite contratta durante il servizio militare, degenerata in broncopolmonite specifica, il 18 aprile 1930 fu trasportato da Brescia a Milano, presso l’ospedale “San Giuseppe”, anche per permettere ai suoi parenti di potergli far visita. La malattia proseguiva; allo zio Carlo, nei primi giorni del mese di aprile, scrive: «Come Le avrà spiegato la zia Maria, nella mia malattia prevale il sintomo febbrile senza l’apparente alterazione di organi o apparati. La febbre a tipo remittente dal 37.5-38 al 39.2 circa sì è mantenuta la stessa dal principio ad ora (…) Ultimamente poi mi visitò, per invito del P. Provinciale, un altro buon medico della città, il quale, oltre a degli sfregamenti pleurici, di antica data, avrebbe avvertito dei rantoli alla base del polmone destro, e disse che secondo lui i fatti pleuro-polmonari di destra potevano bastare a spiegare la febbre. (…) In tutti i modi siamo sempre nelle mani di Dio, quindi niente paura o preoccupazioni», a ricordare sia la consapevolezza della situazione, ma anche la piena fiducia e il totale abbandono alla volontà del Signore, come sempre visse nella sua esistenza.
 
 
Fra Riccardo morì il 1° maggio dello stesso anno, a 33 anni di età. Venne beatificato da sua Santità Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981 e da lui canonizzato il 1° novembre 1989. Buona sintesi della vita e dell’opera del nostro Santo è quanto disse il papa nell’omelia del rito di canonizzazione: «San Riccardo iniziò il suo cammino di santificazione nel contesto dell’intensa spiritualità dei laici, proposta dall’Azione Cattolica. Per questo, sia come adolescente che come giovane studente e professionista, s’impegnò nel lavoro di formazione con l’aiuto di una attenta direzione spirituale, facendo degli esercizi spirituali un suo impegno forte e attingendo alla pietà eucaristica l’energia necessaria per proseguire nonostante le difficoltà. Soprattutto egli penetrò il messaggio della carità evangelica alla luce della meditazione e della preghiera, trascorrendo intensi tempi di contemplazione accanto all’Eucaristia, e dedicandosi poi, con una sensibilità particolarmente acuta, ai sofferenti in ogni circostanza».
 

 
 
 
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